Letteratura italiana, storie e racconti

La storia (vera) di Bianca: “Lasciami contare le stelle” di Elvia Grazi.

Le mie perplessità, di fronte ad una storia d’amore, sono sempre le stesse: temo di imbattermi nei soliti ridondanti cliché da romanzo rosa e di farmi venire la carie a forza di leggere frasi zuccherose. Ma, più tutte queste cose messe insieme, temo le scene di sesso. Ormai anche la più zitella del reame sbadiglia leggendo le scene di sesso dei romanzi d’amore, peggio ci sono solo le orrorifiche sfumature di Anastasia Steel detta Ana e Mr Grey. Per carità, non ho niente in contrario alla questione in sè, ma detesto quando vengono buttate  nel racconto a caso, solo per dare pepe ad una storia che non decolla, in stallo perenne. Le storie d’amore si somigliano tutte, e mi annoiano a morte. Non mi fanno sognare, perché trovo che l’amore delle nostre realtà quotidiane, quello in senso lato e non necessariamente riferibile ad una coppia di amanti, sia decisamente più interessante di quello patinato. Questo in linea generale, perché poi naturalmente ci sono le eccezioni. Ci sono  amori che sono storie molto più complesse di un apostrofo rosa, che coinvolgono un mondo intero e non solo quello fatto dai sentimenti. Abbracciano un’intera vita e ne compiono il senso profondo, segnano la direzione da prendere, tracciano il nostro cammino facendoci scoprire orizzonti nuovi, inesplorati. Ci ricongiungono con la parte più intima di noi stessi, quella con cui a volte non vogliamo confrontarci perché abbiamo paura che la scoperta ci destabilizzi. Ci regalano la libertà di essere noi stessi senza privarci di nulla, e la capacità di vedere dove prima era solo buio. Capita poche volte nella vita, e quando capita, se siamo così tanto fortunati, allora ha davvero ragione la signora Grazi: vale la pena dargli voce, ad un amore così. Bianca è la protagonista di questa storia, ed è una donna vera. E’ esistita veramente, così  come è esistito Walter. Quando si tratta di storie vere non abbiamo il diritto di giudicare, ma in ogni caso il racconto non si presta a questo tipo di reazione: l’ultima cosa che viene voglia di fare, una volta terminato il romanzo, è esprimere giudizi di qualsiasi tipo. Bianca, che inizialmente mal sopportavo per la sua apparente abnegazione nei confronti di un uomo orribile, mi ha impartito una grande lezione di vita. “Scegli di essere felice, datti il tempo di fermarti, scendi un attimo da quella corsa folle che hai intrapreso da quando sei nata, chiudi gli occhi e respira. Può darsi che sentirai qualche specie di richiamo, un’immagine, un profumo, un ricordo lontano: ingredienti di un desiderio che prende forma. Lasciati accarezzare dalla bellezza di quell’idea, e poi affidati a lei con il coraggio e l’incoscienza di quando avevi dieci anni… “Questo mi ha ispirato la storia di Bianca.

La incontriamo all’inizio del romanzo fresca di divorzio, un avvocata in carriera della Milano da bere degli anni 90. Ha solo 37 anni ma si sente come una donna vecchia a cui hanno rubato la vita: si ammazza di lavoro durante il giorno per arrivare a sera sfinita e sola nel suo appartamento, che puntualmente inonda di lacrime, tra una cena consumata fredda e la televisione che le riempie la testa di  parole e suoni. Ma non è questo il peggio che offre Bianca ai lettori: il peggio arriva quando finalmente per distrarsi decide di partire da sola per le vacanze di Natale, e si imbatte nel classico maestro di sci piacione e sciupafemmine. Nemmeno a dirlo, ci finisce a letto nel giro di un paio di sere. E se ne innamora, con la cocciutaggine e l’incoscienza di una quindicenne. Ecco, da qui in avanti il mio desiderio di prendere a schiaffi Bianca diventa incontenibile. Walter, abituato a vivere alla giornata, la saluta senza nessuna promessa, se non quella vaga e arcinota con cui solitamente questo tipo di uomo lascia la sua ultima conquista: “ci sentiamo, baby. Forse ti telefono. Sayonara”. Detestabile! Maschio Alfa, uomo che non deve chiedere mai, bello e inafferrabile. Volevo chiudere il romanzo e lasciar perdere, tanto più scontato di così…qui abbiamo l’intero regno dei Clichè amorosi! Ma per fortuna è bastato leggere un passo decisivo (a mio avviso) per capire che mi sbagliavo di brutto. Ricordo la scena: Bianca e Walter sono a Porto Venere, perché lui, che ha il mare che gli scorre nelle vene, vive su un’imbarcazione ancorata lì tutto l’anno, come un moderno bohemienne. Più che il mare Walter ha dentro di sè il significato profondo della parola libertà, che per lui si identifica con Tabata, la sua barca. Ha scelto chi essere, cosa essere, sa cosa lo rende felice e non ha paura di vivere assecondando i suoi desideri, rifiutando qualsiasi schema mentale. Non ha mai giurato fedeltà a Bianca, e questo lo redime un po’. Durante una delle splendide serate estive che trascorrono insieme, nel pieno del suo innamoramento, Bianca ha una visione profetica di quello che succederà nella sua vita. Lei non attribuisce a quell’immagine un significato particolare, anche se dentro di se si sente scombussolata. Qualcosa di ancestrale l’ha toccata nel profondo, e lei inconsapevolmente  risponde. In quell’istante ho capito come si sarebbe conclusa la loro storia, facendomi ricredere su tutto. Non c’era niente di scontato in quei due, non poteva esserci nulla di prevedibile sotto quel cielo fulgido d’agosto, in una barca che è la propria casa, e in un mare che è la propria linfa vitale. Una donna matura e sensata, specialmente dopo la delusione di un matrimonio finito male, sarebbe scappata via a gambe levate da una situazione così. Un avvocato giovane e di successo, con uno studio nel centro di Milano e vestiti griffati sempre nuovi ad attenderla nella cabina armadio avrebbe salutato Walter, magari dopo un’estate d’amore, ma l’avrebbe fatto. Avrebbe scelto la sua vita ordinata, la carriera, l’ufficio. Dalle nove alla cinque in tailleur e poi aperitivi, cene fuori, vernissage e concerti. Avrebbe continuato la strada che aveva tracciato con fatica e sudore fin da ragazza, perché l’età matura prevede radici e scelte definitive. Ma Bianca, a contatto con Walter, si lascia sedurre dal fascino della felicità vera. Non quella che può regalare un uomo, effimera e a scadenza, ma quella che arriva da dentro, dalla parte più profonda di noi.

Come dicevo all’inizio del post, spesso abbiamo paura di scoprire quanto e come possiamo essere veramente felici. Per questo continuiamo a vivere seguendo i nostri soliti binari, sicuri e solidi. Ma a volte capita di incontrare qualcuno che è in grado di aiutarci a compiere questo atto di coraggio, perché lui ha già fatto quel salto nel vuoto e sa quanto può essere emozionante la vertigine che ci coglierà. Walter  è così per Bianca: la luce di un faro. Ha illuminato il suo essere donna, il suo percorso su questa terra, l’amore per lui è marginale, o meglio è parte di un insieme. Uniti come mai pensavano di diventare, decidono di affrontare l’avventura che Walter sogna da sempre, diventata in poco tempo anche quella di Bianca. Il mondo contro, il vento a favore, le stelle a tracciare la rotta. Le pagine del romanzo, composto come un diario di bordo, si avviano alla loro conclusione quando capita ancora una volta l’imprevedibile. Ma ormai entrambi hanno capito che la vita non si può pianificare, e che l’unica cosa che possiamo fare è viverla, con pienezza e con un po’ di sana follia. Accettarla e lasciarsi trasportare da quello che ci da gioia, come Tabata quando viene cullata dalla risacca: è questo  il segreto, il messaggio nascosto che portiamo con noi fin dalla nascita. Per Bianca e Walter è stato così. E per noi? Cosa ci rende davvero felici? Abbiamo la follia necessaria per seguire il nostro sogno? Ce l’avremo mai un giorno, prima che sia troppo tardi?

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