Kate Morton, Letteratura australiana, storie e racconti

Storie di donne perdute: “Una lontana follia”

Uno dei motivi principali per cui non sarò mai una “book blogger” è perché leggo quello che voglio e quando voglio. Le novità editoriali a cui stare dietro come un segugio, essere la prima a recensire un libro appena uscito e via dicendo sono cose che assolutamente non fanno per me. I libri sono un acquisto istintivo, come lo è la scelta di cosa leggere in un dato momento: leggere per dovere? No, grazie! Preferisco andare avanti per questa strada, che non ha un fine preciso se non quello di lasciarmi guidare dalla passione per la carta stampata. Dopo aver riposto sullo scaffale l’inquietante “Dracul” di Dacre Stoker, avevo voglia di immergermi in tutt’a ltre atmosfere. Desideravo ambientazioni squisitamente “british”, avevo voglia di perdermi tra le antiche dimore del Kent o del Derbyshire, di giardini inglesi, di storie lontane e suggestive… qualcosa insomma di molto “brontiano”. Ed è arrivata l’ispirazione giusta. Nella mia libreria transitava da tempo nel limbo dei “non-letti” questo libro di Kate Morton, “Una lontana follia
L’ avevo acquistato parecchio tempo fa, immediatamente dopo aver letto “Il giardino dei segreti”, travolta dall’ entusiasmo per questa scrittrice appena scoperta.
Così mi sono avventurata in questo romanzo, certa che avrei trovato quello che cercavo.
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Sotto questo punto di vista non mi ha affatto delusa, tuttavia alcuni aspetti mi hanno lasciata un po’ perplessa, inoltre ho trovato diverse sbavature nella storia ma, soprattutto, nei  lunghi momenti di immobilità della storia mi sono un po’ arenata. Ma questo lo ritengo un problema mio, perché chiamarla noia sarebbe un’ingiustizia. I libri noiosi sono altri, ed è un aggettivo che non si può attribuire a scrittrici  come la Morton. Ha uno stile limpido ed elegante, in grado di raccontare nel vero senso del termine: lei tira le fila di una trama che ha inventato per i lettori, e noi la seguiamo senza indugio. Mai una volta ho pensato che avrebbe potuto tagliare quegli intermezzi statici, perché fanno parte del disegno finale e come tali devono restare. Per molte pagine succede poco o niente, ma non è questo il punto. Queste soste tra un punto saliente e l’altro sono riempite da descrizioni molto suggestive: il castello e la sua vita all’ interno, nel presente come nel passato, l’aria dolce e malinconica delle estati nel Kent, quando i presagi della guerra imminente erano solo pensieri che si potevano facilmente scacciare osservando la natura nel pieno della sua bellezza. Ho recentemente letto “L’Abbazia di Nortangher” e anche lì non succede mai niente, ma chi potrebbe mai affermare che Jane Austen scrive libri noiosi? Per quanto mi riguarda  la bellezza della scrittura è più importante della vicenda narrata,  deve andare oltre la storia. Troppe volte sono incappata in libri con storie avvincenti che pagina dopo pagina si sono perse nelle trame di una scrittura mediocre. Insomma: si può apprezzare un romanzo pieno di esercizi stilistici eccellenti con una trama un po’ barcollante, ma non il contrario. Almeno per me non è possibile.
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Kate Morton imbastisce una storia con ambientazioni perfette, che sa far rivivere in modo splendido grazie alle sue doti di narratrice. Con qualche pennellata e senza troppe fioriture ci trasporta subito nel Kent, davanti alle mura di un castello ottocentesco. Questo luogo sarà il fulcro di vicende che abbracciano un arco temporale molto vasto, che va dai primi del 1900 fino al 1992, anno in cui tutto comincia. Vicende che poco alla volta si incastreranno tra loro fino a giungere ad una verità tenuta nascosta per cinquanta lunghissimi anni. Sono gli anni della seconda guerra mondiale, quando una Londra sotto attacco cercò rifugio per i propri bambini nelle campagne circostanti, nell’ intento di proteggerli dai massivi bombardamenti tedeschi. Sono gli anni in cui le persone un po’ diverse dagli altri, gli spiriti anticonformisti e troppo sensibili venivano considerati “pazzi” e rinchiusi nei manicomi con molta facilità, storditi da tranquillanti e lasciati soli ad impazzire ancora di più, vittime di paure e traumi che nessuno era in grado di comprendere. Sono gli anni in cui la vita per le donne sole era realmente difficile, perché priva di qualsiasi scelta. Nessuna donna poteva decidere la propria felicità, il matrimonio e la totale devozione alla famiglia di origine erano una consuetudine a cui non ci si poteva sottrarre. Chi lo faceva, ne pagava le conseguenze.

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Mi capita spesso di immaginare quanto sarebbe bello se potessi vivere i miei rapporti solo sulla carta. Anche se in un certo senso è proprio quello che faccio, visto che amici di carta, di quelli racchiusi in una copertina, ne ho a centinaia. Pagine e pagine stampate, racconti che si dipanano sempre uguali e che però non perdono mai il loro smalto, che mi prendono per mano e mi conducono verso mondi di incredibile terrore e di gioie infinite.”

Tre anziane sorelle abitano ancora quel castello isolato, alimentando da anni le chiacchiere del paese. Le mura che lo circondano, di fronte alle quali la giovane Edith si perde in domande che non trovano risposta, custodiscono la memoria di quello che accadde molti anni prima. L’inquietudine che sente Edith è l’eco della follia di un padre che è ricaduta inesorabile sulle sue figlie, come una colpa da espiare. Ci sono persone che non sono in grado di confrontarsi con la realtà, perché non riescono a venire a patti con il dolore della vita. Forse sono solo anime troppo sensibili, che assorbono come spugne il male di vivere, caricandosi fardelli che a volte nemmeno appartengono loro. Rinchiudono i traumi del passato in un angolo delle loro menti e vivono sospesi, come in un’attesa continua. Ma ogni tanto l’eco della paura ritorna, i pensieri ossessivi diventano voci reali che nessun altro può sentire. Quando la tragedia inevitabilmente arriva, (perché nelle vite di tutti capita qualcosa di tremendo) il passato con i suoi mostri non si accontenta più di un angolo polveroso della mente; mangia il cuore di quelle anime fragili e succhia loro quel po’ di vita a cui erano riuscite faticosamente ad aggrapparsi, trasportandole chissà dove… probabilmente in un luogo in cui i ricordi felici sono la sola realtà con cui dover convivere.
Chi può dire allora che siano loro, i folli?

Una lontana follia, Kate Morton – Sperling & Kupfer

LA STANZA DEI LIBRI

 

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