Natalia Ginzburg, storie e racconti

Storie italiane: Lessico famigliare

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“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg fu uno dei miei compiti delle vacanze estive, tra la seconda e la terza media. L’unico libro dei tre assegnati che decisi di non leggere, e che mi fece cominciare il nuovo anno scolastico con un “meno” di italiano. All’epoca non sapevo ancora di amare tanto i libri e la letteratura, ma la mia professoressa ci aveva visto lungo e non faceva che consigliarmi letture ed autori che puntualmente ignoravo per spirito di contraddizione. Come si è sciocchi, a dodici anni! Sciocchi ed ingenui, totalmente impreparati alla vita. Oggi, che di anni ne ho trenta di più, so dare il giusto valore a ciò che leggo, ed è per questo che sono fermamente convinta che certi libri non dovrebbero essere letture imposte, soprattutto alle Scuole  Medie: sarebbe come dare, a dirla tutta, perle a i porci. Autentici tesori di carta lasciati in mani inesperte, ovviamente incapaci di comprenderne appieno il significato. Qualche mese fa ho ritrovato questa edizione datata 1963 appartenuta a mio padre, ed ho così potuto concludere i miei compiti di quella lontana estate del 1987. Uno dei motivi per cui da ragazzina rifiutai a priori questo romanzo fu il titolo: mi ispirava qualcosa di complicato, di forbito e poco conciliante con la sabbia e gli schizzi di acqua salata. Idea, questa, che non ho cambiato di una virgola durante tutti questi anni, abbandonando il libro a se stesso fino a quando non ho riordinato la libreria dei miei genitori: quanti piccoli tesori ho riscoperto! Il titolo è la prima cosa che colpisce, che cattura, (o allontana, come nel mio caso) e segna la chiave d’ingresso nel mondo dell’autrice. In fondo si tratta di una storia semplice nella sua struttura, ma eccezionale per il contesto in cui si svolge: sono i ricordi della famiglia Levi, ebrei ed antifascisti,  che in una Torino piena di fermento culturale e politico trascorrono gli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, tra il 1930 e il 1950. Il padre Giuseppe,  professore universitario di biologia, è senza dubbio la figura cardine su cui ruota la prima parte del romanzo, quando i cinque fratelli Levi sono ancora ragazzini e vivono tutti nella grande casa di via Pallamaglio. Scienziato di grande cultura, appassionato di montagna, fervente antifascista, ebbe tra i suoi studenti tre Premi Nobel: Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini.
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Il capofamiglia Levi è di certo un uomo che non vuole passare inosservato, ed è un’autentica fucina di espressioni meravigliose ed uniche che riempiono l’infanzia di Natalia e dei suoi fratelli Gino, Mario, Paola ed Alberto. Anche la madre Livia è una donna di un certo spessore, che la Ginzburg descrive come uno spirito lieto in grado di alleviare anche  i momenti più cupi che la famiglia è costretta ad attraversare a causa delle persecuzioni fasciste, delle leggi anti ebraiche e della guerra. Da sempre Livia frequenta salotti culturali importanti, grazie ai quali instaura rapporti di profonda amicizia con Anna Kuliscioff, Filippo Turati ed i fratelli Rosselli. La sorella di lei, zia Drusilla, è la moglie di Eugenio Montale. I ricordi d’infanzia di Natalia gravitano quindi attorno a queste figure misteriose e leggendarie, di cui si sapeva poco e nulla. La Ginzburg racconta come se avesse vissuto una specie di sogno ad occhi aperti i giorni eccezionali in cui la sua famiglia  si trovò ad ospitare sotto falso nome Filippo Turati prima della fuga in Corsica, avvenuta notte tempo dal “Molo lanternino verde” di Savona, l’11 dicembre 1926. I ricordi sono quelli di una bambina completamente ignara della portata storica che quegli avvenimenti ebbero in realtà, ma tuttavia noi lettori riusciamo a comprendere perfettamente lo stato d’animo di tutti, un misto di eccitazione e paura per quella complicità politica che comunque era necessaria, per una famiglia come la loro. Il socialismo della famiglia Levi è molto più di una scelta politica: è un retaggio culturale, è uno stile di vita, è un fatto assodato che si contrappone all’ innaturalità del regime fascista, verso il quale il professore Giuseppe Levi ha solo parole di scherno. Per lui, Mussolini era “l’asino di Predappio“, e sempre lo sarebbe stato nonostante l’ascesa al potere e la promulgazione delle leggi razziali che lo costrinsero ad espatriare in Belgio. L’antifascismo non era un’ opinione, era qualcosa che faceva parte della sua stessa natura. E’ in questo clima familiare dunque che si formano le menti dei ragazzi Levi, che a differenza del padre non si limitano ad osservare il socialismo ma cavalcano il fermento politico di quegli anni diventando attivisti, ognuno a suo modo. Le conoscenze importanti della famiglia si allargano: entrano a far parte delle amicizie dei Levi Adriano Olivetti, ed in seguito Felice Balbo e Cesare Pavese, con i quali Natalia lavorò a stretto contatto all’ allora neonata e misconosciuta casa editrice Einaudi. Il ritratto che la Ginzburg ci offre di Pavese è quanto di più nostalgico e stilisticamente perfetto si potesse creare: 
“..quando io ora penso a lui, la sua ironia é la cosa di lui che più ricordo e piango, perché non esiste più: non ce n’è ombra nei suoi libri, e non é dato ritrovarla altrove che nel baleno di quel suo maligno sorriso”.
La seconda parte del romanzo è  quella più malinconica e più significativa, in cui l’autrice parla in prima persona e fa correre liberi i suoi ricordi più difficili e dolorosi: la prigionia dei fratelli, quella del padre, gli anni della guerra, il suo breve matrimonio con Leone Ginzburg e la tragedia che lo colpì. I fatti storici restano comunque sempre in secondo piano, rievocati saltuariamente attraverso immagini fugaci ed espressioni colorite, quelle tipiche della famiglia: è sempre il lessico stravagante usato dai genitori il filo conduttore del romanzo, che la Ginzburg rielabora facendolo diventare il simbolo di un’Italia perduta e di una storia che non andrebbe mai dimenticata. Il Lessico dei Levi è il cuore pulsante di una famiglia intera , perché basta pronunciare una di quelle frasi strampalate per richiamare in un attimo  legami indissolubili fatti di anima e sangue, potenti e salvifici. Cosa mai avrei potuto capire di questo romanzo, a dodici anni?
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Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’ estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire ‘Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna’ o ‘De cosa spussa l’acido cloridrico’, per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”

Lessico famigliare, Natalia Ginzburg – Einaudi

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7 pensieri riguardo “Storie italiane: Lessico famigliare”

  1. Straordinario come un libro possa entrare in modi diversi nella nostra vita.
    Ricordo che ciò che mi attirò di più, fu proprio il titolo. Lo trovai complesso, proprio come dici tu, ma allo stesso tempo mi incuriosì. Alla fine lo apprezzai, e fui contenta di aver lasciato agire l’istinto di leggerlo.
    Quanto alla lettura imposta a scuola, sono d’accordo con te. Non c’è niente di peggio. Quasi sempre l’imposizione di leggere determinati libri ottiene l’effetto contrario a quello desiderato, proprio perché alle medie (ma in una certa misura anche al liceo) si è ancora “acerbi”, c’è tutto un altro livello di consapevolezza e maturità.

    Un saluto!

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    1. Mentre scrivevo questa recensione pensavo proprio a come le letture che via via i professori di medie e scuola superiore mi imposero sono state quelle che poi, da adulta, ho apprezzato di più! Se fossi un’insegnante lascerei la scelta delle letture estive (e non) libera: credo sia il modo migliore per far avvicinare i ragazzi ai libri…
      Grazie per il tuo commento 🙂

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  2. Ho cominciato a leggere seriamente romanzi solo dopo aver terminato gli studi. Finché ho dovuto faticare sui libri, cioè, non mi passava proprio per l’anticamera del cervello di leggere altra roba, a parte i fumetti, ma quella è tutta un’altra storia.
    Invece poi, da quando ho cominciato, non ho più smesso, e credo di potermi definire un lettore accanito: ancor di più da quando ho scoperto che non dovevo necessariamente comprare ogni libro che leggevo perché esistevano quelle cose stupende che si chiamano biblioteche e sono gratuite!
    Intorno ai 18 anni c’era un professore che ci consigliava caldamente un certo libro. Ovviamente io non lo lessi in quel momento. Lo lessi solo molti anni dopo per conto mio. E lo trovai proprio magnifico. Era “1984” di Orwell, ancor oggi uno dei libri migliori che abbia mai letto. 🙂

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    1. Anche io ho iniziato ad apprezzare le letture impegnate una volta lasciato il banco di scuola…prima leggevo solo i gialli di Agatha Christie e i Dylan Dog! Il tuo professore è stato un genio: ti ha consigliato un libro formidabile, uno di quelli in grado di smuovere i neuroni come pochi altri, anche per me tra i libri migliori che abbia mai letto. Peccato che ho aspettato 40 anni per leggerlo…

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  3. Ho amato moltissimo questo libro, che ho letto la prima volta ormai tanti anni fa. L’ho riletto varie volte, e nel tempo ho letto tutti gli altri volumi della Ginzburg, autrice che apprezzo tanto.
    Sicuramente lo conoscerai, ma se ancora non lo hai letto, ti consiglio “La corsara”, un bel libro su questa autrice.

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