Storie italiane: “Il piccolo naviglio”

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L’autore di questo romanzo non ha certo bisogno di presentazioni, trattandosi di Antonio Tabucchi. Uno dei più grandi scrittori italiani dell’epoca moderna, appassionato studioso della poetica di Fernando Pessoa e docente universitario. Nel 1994 pubblica il suo romanzo più famoso, quello che gli fa ottenere la fama definitiva e popolare: “Sostiene Pereira”. Ambientato a Lisbona, diventerà  un simbolo per gli oppositori politici dei regimi anti democratici, emblema della libertà di cronaca, espressione ed informazione. “Il piccolo Naviglio” è il secondo romanzo scritto da Tabucchi, pubblicato dalla Mondadori nel 1978 e rieditato dalla Feltrinelli nel 2013: non serve essere profondi conoscitori della sua opera per apprezzarlo, ma se vogliamo affrontare questa lettura dobbiamo sapere che si tratterà di un viaggio particolare, intriso di poesia e di favola. All’epoca Tabucchi era un autore ancora acerbo in cerca della sua identità, ma già possiamo intravedere i germogli della sua prosa, così simile a quella dei grandi autori sudamericani e portoghesi come Garcìa Marquez e l’amato Pessoa, una prosa carica di relazioni umane fatte di sogni e di tragedia, di solitudine interiore e di struggimento. Le metafore sono il motore della narrazione,  che spesso fa perdere a noi lettori il senso dell’orientamento, per poi farcelo ritrovare un attimo dopo. Per questo motivo il parallelismo con “Cent’anni di solitudine” appare così naturale ed evidente, perchè anche qui incontriamo personaggi fuori dagli schemi, quasi surreali, che hanno contraddistinto l’opera di Garcia Marquez: uomini in cerca della libertà, sognatori solitari, anime tormentate che  non si chiamano Aureliano bensì Sesto, e che non vivono nell’immaginaria Macondo ma in un piccolo paesino fatto di sassi ai piedi di una cava di marmo in Toscana, che all’inizio di questa storia era ancora un Granducato. Siamo infatti nella metà del XIX secolo quando fa la sua comparsa il capostipite della dinastia dei Sesto,  un giovane ossuto dai grandi baffi rossicci chiamato Leonida (o Leonido). Capitano Sesto, l’ultimo della dinastia, cerca di rimettere ordine tra i ricordi di sè stesso bambino e quello che grazie alle testimonianze più disparate riesce ad apprendere sulla storia della sua famiglia. Ripercorrerà a ritroso tutta la sua rotta, navigando al contrario su un  naviglio immaginario, che è ben poca cosa ma appartiene solo e soltanto a lui. E’ un naviglio popolato  da strani oggetti che con la loro esistenza testimoniano antichi legami, che raccontano avventure tanto improbabili quanto reali, perchè gli appartengono e  sono parte di lui. C’è, per esempio, un quaderno di ricette e rimedi scritto a mano e tenuto insieme da un fiocco rosso, come rossi furono i capelli di Sesto, di primo Sesto ed infine i suoi. Erosa dal tempo c’è anche una vecchia tromba per auto, rubata per scommessa e nascosta in un luogo segreto dove rimmarrà a giacere fino a quando Capitano Sesto non attraccherà con la sua nave carica di ricordi recuperati in quel paese di pietra, nei pressi di una casa a cui fa da guardia un cane giallo. C’è un temperino con sopra inciso in nome di un hotel, in cui due sorelle gemelle identiche e bellissime diedero alla luce un figlio dai capelli rossi, che non conobbe mai suo padre perché quell’uomo, capostipite di una dinastia di affaristi, per timore di non riconoscere chi fosse la vera madre preferì sparire nel nulla. Mentre Capitano Sesto compie il suo viaggio alla ricerca della proprie origini, sullo sfondo osserviamo impotenti la macchina del progresso che compie il suo inarrestabile percorso, così come fecero a suo tempo tutti i Sesto di questo mondo. Capitano Sesto e tutti i suoi ascendenti sono consapevoli di essere minuscoli granelli all’interno di un ingranaggio molto più ampio, ma nonostante questo sembrano essere estranei ai cambiamenti perché la loro natura di sognatori non ha mai permesso a nessuno di loro di aderire alla realtà così come la intendiamo noi.
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L’intreccio narrativo è complesso ma Tabucchi non eccede mai adoperando uno stile semplice,  fortemente poetico ma “terreno”, con il quale riesce a raccontare insieme alle vicende dei Sesto anche la storia di un paese intero. Sullo sfondo di questa saga familiare scorgiamo il ritratto dei primi settantanni d’Italia: l’unità nazionale, il socialismo, l’avvento del fascismo, la seconda guerra mondiale, la ricostruzione post bellica, le elezioni del 1948, la corsa al mattone e le lotte comuniste dei primi anni settanta. Tutto passa attraverso questa famiglia toscana, capitolo dopo capitolo, generazione dopo generazione.

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 “C’è la Storia con la maiuscola, scriteriata fanciulla che reca festosa lutti e iatture; la storia senza maiuscole del nostro paese, per il quale continuo a nutrire la nostalgia di ciò che avrebbe potuto essere e non è, mischiata a un senso di colpa per una colpa che non mi appartiene; la nostra lingua, che ho cercato di difendere scrivendola. E soprattutto c’è il fenotipo di molti miei personaggi a venire: un personaggio sconfitto ma non rassegnato, ostinato, tenace. Fedele, come ha detto un poeta, “alla parola data all’idea avuta”. L’idea che noi siamo perché ci raccontiamo e che lui potrà esistere soltanto se riuscirà a raccontare la propria storia. “.

Così scrive Tabucchi nella prefazione del romanzo, per spiegarci come mai, giunto ad un certo punto della sua vita, l’ultimo Sesto decide di autoproclamarsi Capitano di sè stesso e di ripercorre a ritroso la rotta del suo piccolo Naviglio, per scrivere quello che è stato, per ricordarlo, per dare un senso compiuto alla propria vita. Poi, finalmente, quando di fronte alla casa paterna riuscirà a sciogliere tutti i nodi della sua esistenza, potrà  spiegare le vele e continuare il suo cammino.

Il piccolo Naviglio, Antonio Tabucchi (Feltrinelli)

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