Storie della provincia francese: La vedova Couderc

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Georges Simenon è stato un autore, oltre che geniale, anche estremamente prolifico, talmente prolifico che prima di arrivare alla conclusione della sua “Opera Omnia” ho davanti a me ancora moltissime letture. Circostanza che considero una fortuna non da poco, perché è tra i miei autori preferiti ed ogni suo romanzo è fonte di puro piacere letterario, e di profonde riflessioni. Il mio pensiero ricorrente ogni volta che termino un suo romanzo è quello di aver appena letto “il miglior Simenon di sempre”, ma puntualmente mi smentisco la volta successiva. Sono inevitabilmente a corto di parole, è difficile esprimersi cercando di dire qualcosa che ancora non ho detto su questo scrittore: quando siamo di fronte alla perfezione non c’è bisogno di tanti giri e rigiri, basta leggere per rendersi conto di quanto talentuoso sia. La sua bravura non risiede nella costruzione di storie articolate o di strutture narrative complesse, ma nell’apparente semplicità stilistica, nella fluidità del racconto e nella facile immedesimazione che offre al lettore. E’ proprio questa la vera differenza tra uno scrittore normale ed uno straordinario come lui, ovvero la capacità di ridurre all’essenziale dialoghi ed avvenimenti, riuscendo nello stesso tempo a trasmettere messaggi profondi. Le parole, scelte con cura, saranno allora così pregne di significato da non necessitare d’altro.  La trama di per sè passa in secondo piano e tutta la nostra attenzione sarà catalizzata dalle vicende umane e dall’aspetto psicologico dei suoi protagonisti. Questo forse è l’unico elemento ricorrente in tutti i suoi romanzi: la tortuosità dell’animo umano contrapposta alla linearità delle storie narrate, a cui fa da sfondo un paesaggio spesso immobile, sempre uguale, come se fosse lo sfondo di un quadro che stiamo osservando rapiti.

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Questa volta Simenon ci immerge nella campagna francese di provincia, un piccolo mondo rurale che sembra avulso dai cambiamenti e dal progresso. In questa staticità quasi innaturale le descrizioni del paesaggio, seppur minime, sono superbe e fanno calare con facilità noi lettori in un contesto particolare e suggestivo, in cui la bellezza pura ed incontaminata del mondo contadino si contrappone allo squallore delle vite narrate, creando contrasti forti e stridenti, che suscitano una persistente sensazione di fastidio e di disagio. I protagonisti principali sono due: Tati e Jean. Tati è una vedova di circa 45 anni che vive in una cascina nei pressi  di uno dei molti canali che attraversano la campagna parigina, e si guadagna da vivere allevando bestiame ed animali da cortile. Giunse qui appena quattordicenne, mandata dalla madre a servizio dalla famiglia Couderc; ha sempre vissuto lavorando e faticando molto in cambio di vitto e alloggio, alla stregua di una serva. Rimasta incinta del figlio del padrone, rimarrà in quella casa in seguito alla morte del marito, continuando a badare alla cascina e soddisfacendo ogni tanto le voglie dello suocero, che lei chiama senza remore “vecchio porco”. Una situazione di comodo che le ha permesso nel corso degli anni di mettere da parte una discreta somma di denaro, attirandosi addosso l’invidia e le ire delle sue cognate, che l’accusano senza mezzi termini di voler mettere  le mani sulla casa e su tutta la proprietà approfittando del loro padre, ormai anziano e fuori di testa. La vita che conduce è dunque amara e pregna di solitudine: il suo unico figlio infatti è un delinquente e al momento si trova lontano, in Africa, in un battaglione di punizione. Quando un giorno come tanti, dalla corriera che dal paese porta al mercato rionale, scende alla solita fermata anche il giovane Jean, Tati ha come un guizzo in petto.

 

L’uomo camminava. Per almeno tre chilometri, su quella strada tagliata diagonalmente, ogni dieci metri, dall’ombra di un tronco d’albero, c’era soltanto lui; e a lunghi passi, ma senza fretta, andava da un’ombra all’altra. Poiché era quasi mezzogiorno e il sole si stava avvicinando allo zenit, un’ombra corta, ridicolmente schiacciata, la sua, gli scivolava davanti.
La strada saliva diritta e sembrava arrestarsi bruscamente in cima alla collina. Dal bosco, a sinistra, giungevano degli scricchiolii. A destra, nei campi i cui profili
bombati disegnavano forme simili a mammelle, c’era solo un cavallo, in lontananza, un cavallo bianco che trascinava una botte montata su quattro ruote; e nello stesso campo uno spaventapasseri, o forse un uomo.
La corriera rossa usciva in quel momento da Saint-Amand, dove era giorno di mercato, facendosi strada a colpi di clacson, lasciava l’interminabile via dalle case bianche e finalmente imboccava la strada fiancheggiata da due file di olmi. Raccoglieva un’ultima contadina che aspettava sotto il sole con l’ombrello aperto.

Jean è un ragazzo di buona famiglia, uscito da poco di prigione, dove ha scontato una pena per aver commesso un delitto in circostanze giudicate attenuanti. Simenon non lo esplicita mai durante tutto il romanzo, ma leggendo tra le righe si intuisce che tra i due si crea fin da subito un legame malato, carnale, che li porterà ad un triste ma inevitabile epilogo. Tati diventa possessiva, offre a Jean vitto e alloggio in cambio di aiuto con i lavori in campagna, lo mette in guardia dalla giovane e seducente nipote perchè ne è gelosa, spande veleno sulle sue cognate e sulle loro famiglie perchè vuole che lui non la giudichi, ma che la veda anzi con occhi ammirati. Jean, dal canto suo, decide di rimanere a dare una mano a Tati non già per amore e neppure per desiderio, ma solo perché non desidera ricongiungersi con la sua famiglia, per la quale nutre un totale disprezzo. Tutti i protagonisti di questa storia sono sbagliati, miseri, aberranti: nessuno si salva.

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La vita nel cascinale non ha nulla dell’incanto pastorale che ci si aspetta, anzi, è una fucina di sentimenti orribili, di parole sottaciute, di maldicenze, di asti covati silenziosamente per lunghi anni. Questo mondo rurale, in cui l’orologio del tempo sembra essersi fermato, è raccontato attraverso le passioni insane di una famiglia come tante, costretta alla convivenza perché la realtà contadina di quegli anni era un microcosmo in cui si condivideva il lavoro nei campi così come si condivideva la vita. Le miserie e le nefandezze di ogni membro della famiglia ricadevano allora su tutti, creando spirali micidiali di odio. Tati, al centro di questa spirale, e Jean, lo straniero che improvvisamente irrompe in quella quotidianità malata, non riusciranno a sottrarsi al loro destino. Perfettamente calati nella loro parte non ci offriranno nessun tipo di redenzione, nessuna speranza di cambiamento, nessun pentimento o presa di coscienza… fino all’ultimo tragico atto finale.

La vedova Couderc – Georges Simenon (Gli Adelphi)

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