Storie africane: Karen Blixen e il suo Kenya

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Che senso avrebbe leggere l’Africa, se non prendiamo tra le mani uno dei libri più intensi che sia mai stato scritto sul continente più affascinante e depredato dalla storia?
Scordatevi il film, se l’avete visto. Scordatevi la storia d’amore con Denis Finch-Atton, scordatevi la scena sensualissima in cui Robert Redford lava i capelli a Meryl Streep nel bel mezzo di un safari. Scordatevi la vita intima di questa donna straordinaria e tenete con voi solo le immagini mozzafiato degli altopiani del Ngong: l’unico anello di congiunzione tra il film ed il libro da cui è stato liberamente tratto è la magnificenza del paesaggio. Il film di Sydney Pollack, datato 1985, resta senza dubbio il più grande tributo che Hollywood abbia mai riservato  al Kenya, ma  film e romanzo hanno due cuori molto diversi tra loro.  Il film racconta la vita   della scrittrice Karen Blixen durante l’epoca coloniale in Kenya, ed ha come interpreti Meryl Streep nel ruolo della protagonista e Robert Redford nel ruolo del suo amante Denys Finch-Hatton. Corredato da  una superba fotografia  e da un’intensa colonna sonora, il film fece conoscere questo paese  al pubblico di tutto il mondo, ottenendo un enorme successo e facendo incetta di premi Oscar. Il kolossal ha lasciato però sullo sfondo ciò che per la Blixen fu fondamentale: non già la sua storia d’amore con Finch-Atton, su cui ruota buona parte del film, ma quella che ebbe con il contintente africano, autentica e viscerale. Il romanzo è la dichiarazione d’amore  di questa donna verso il paese a cui dedicò la maggior parte della sua vita, è il racconto  del rapporto simbiotico  con una terra che conservava ancora intatta una feroce bellezza, nonostante le ferite inflitte dai governi occidentali. Siamo nei primi anni venti, la carta geografica dell’Africa è  un immenso rattoppo  suddiviso tra le maggiori potenze europee. Inglesi, tedeschi, francesi, belgi, spagnoli, portoghesi, italiani: non esiste più una sola terra indipendente e libera. La Blixen, che per tutto il romanzo si terrà a debita distanza  da considerazioni poliche, compone un vero e proprio inno al continente:  una canzone d’amore  per la sua gente, per la sua natura maestosa, per i suoi conflitti, per quell’intreccio indissolubile tra vita e morte, tra amare e uccidere, che da sempre domina la vita indigena.
“Ora io so una canzone dell’Africa – pensavo – una canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccoglievano il caffè – ma  sa l’Africa una canzone che parla di me? Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore chi io ho portato, c’è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena, sulla ghiaia del viale, un’ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?”
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E’ questa la domanda che Karen Blixen rivolge ai cieli equatoriali, quando di notte si siede in veranda a studiare il firmamento, immenso e fulgido. Lei ha ascoltato la canzone del Kenya, una sinfonia  di sconfinata  bellezza, dove la vita degli uomini è un tutt’uno con le praterie in cui cacciano i Masai, ultimo baluardo delle popolazioni indigene. Una canzone che parla di  animali  selvaggi e del rituale antico della caccia, che si perde nella notte dei tempi. Un richiamo ancestrale a cui nemmeno lei, che è una donna bianca e aristocratica, riesce a sottrarsi: attraversa le sterminate pianure ai piedi del Ngong per appostarsi ed uccidere i leoni,  predatori impietosi dei suoi animali domestici, usando il fucile come un uomo, e provando lo stesso senso di eccitazione. Oganizzava  battute di caccia memorabili, trascorrendo mesi interi nel cuore del Ngong insieme a servitori ed amici che in cambio  ricevevano pelli e carne; ma non erano queste le ricompense a cui ambivano gli uomini bianchi che si avventuravano con lei.  Giusto o sbagliato che fosse, lo facevano soprattutto per provare quel senso appartenenza al  primordiale cerchio della vita. Il leone, terribile predatore, era un nemico fiero e rispettato, e la sua uccisione portava con sè il senso stesso dell’esistenza:
Karen-Blixen
Karen Blixen durante uno dei sui safari Kenyoti
“…Quando il sole non era ancora sorto e la luna stava declinando, tornare a casa dopo l’eccidio attraverso la pianura grigia, lasciando nell’argento dell’erba una stria scura, il muso ancora rosso fino alle orecchie; o durante la siesta nel meriggio, quando si riposava pacificamente in mezzo alla sua famiglia, sull’erba bassa, all’ombra delicata e primaverile delle grandi acacie, nel suo giardino d’Africa.”
Questa è la canzone che l’Africa canta ai suoi avventori, per legarli indissolubilmente di un amore non ricambiato. Karen Blixen sa che la sua canzone per quelle terre invece non l’ascolterà mai nessuno. Gli scampoli di civiltà che ha portato dalla Danimarca non continueranno a vibrare nel vento, una volta abbandonata la fattoria. Le immense pianure, le montagne maestose,  le placide  colline che circondano la fattoria: a nulla importerà della sua storia di donna bianca, aristocratica pioniera in cerca di avventure. Quel paesaggio incastonato nella terra da migliaia di anni è indifferente di fronte alla sua avanguardistica piantagione di caffè, alle sue conoscenze mediche, alla sua bella casa piena di porcellane raffinate, libri importanti e di grammofoni. Lo sanno bene anche  i Masai, magnifici e fieri guerrieri delle pianure, che odiano la civiltà che lei rappresenta. Seppur rilegati in una riserva confinante con la fattoria, non si sono mai arresi alla schiavitù e alla supremazia degli europei al punto tale che perfino il governo inglese ( che in Kenya era mascherato da “protettorato”) li considerava appartenenti ad una sorta di aristocrazia tra i selvaggi, e a modo suo li rispettava. In caso di disordini non li punivano mai con la prigione, ma con ammende: i Masai  imprigionati si lasciavano morire nel giro di pochi mesi, come animali feriti.
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La Blixen, così come il suo amante Finch-Atton, ebbero sempre un rapporto speciale con i Masai, per cui nutrivano un profondo rispetto. Condivise la sua vita alla fattoria con i Kikuyu e i Somali, altre popolazioni locali, che a differenza dei Masai riuscirono ad adattarsi al cambiamento ed a convivere pacificamente con i coloni. Lei amava sinceramente  il  suo‘servo’-amico FarahKamante, il suo cuoco. Quando la Blixen arrivò in Kenya, Kamante era un  bambino ammalato ed affetto da gravi malformazioni:  un  pastore di capre senza futuro, destinato a morire prima dei dieci anni. Karen lo  salvò da morte certa, affidandolo alle cure dell’ospedale di Nairobi. Lo andò a trovre spesso, fino a quando non guarì del tutto. E Kamante la ricambiò di quell’affetto scegliendo  di restare nella sua casa, al suo servizio, fino a quando non fu costretta a vendere la fattoria.
La Blixen scrive questo romanzo una volta tornata in Europa, in seguito alla crisi economica che fece crollare il costo del caffè e che rese improduttiva la sua piantagione. Cercò di salvarla ad ogni costo, contrattando con banche e governo fino all’ultimo, ma alla fine si arrese. Riuscì però  a garantire la proprietà di  un piccolo appezzamento di terra ai suoi amati Kikuyu: fu la sua ultima battaglia. Quel mondo così come l’aveva conosciuto stava scomparendo, portandosi via la scommessa della sua vita. Non solo la fattoria spegneva le luci su quelle pianure in mezzo al nulla, ma anche  la morte  si prese il suo grande amico Denis Finch-Hatton. Precipitò con il suo aereo mentre sorvolava l’altopiano, durante  gli ultimi giorni di permanenza in Kenya della baronessa. Come l’avverarsi di una  premonizione, come il compiersi di un destino ineluttabile. I kikuyu non temevano la morte, perché si sentivano parte di essa. Si consideravano parte di un grande disegno, accettavano il loro destino senza cercare di plasmarlo. Come la terra, come gli animali. Denis Finch-Hatton visse e morì come un kikuyu, come e più della Blixen. Il suo retaggio di donna bianca  le creava paure e pensieri che sapevano sciogliersi all’ombra delle grandi acacie, durante i safari,  o durante le notti passate insonni ad osservare il firmamento. Ma non fu mai come loro.
Nel suo romanzo racconta un mondo  che non c’è più, con le sue regole imperfette,  senza mai giudicare. Lei faceva parte di quel sistema, il colonialismo era la realtà storica in cui viveva. Leggendo il suo amore per l’Africa possiamo tuttavia comprendere molte cose che per volontà, e non per ipocrisia, ha taciuto.  Scelse di non perdersi in  inutili disquisizioni socio-politiche. Non si esporrà mai, non affermerà mai di essre in disaccordo, non muoverà mai critiche nei confronti del governo inglese. Semplicemente, si limita a raccontare quella realtà vissuta dalla parte comoda ed ingiusta della storia. Fin dalle prime righe si intuisce quanto la donna fosse consapevole di essere in realtà solo un’ospite ricca in un paese che apparteneva ad altri popoli. Gli indigeni frequentavano la sua casa, e lo facevano liberamente. Ospitava le loro danze  e spesso accendeva il grammofono per loro, facendo ascoltare Mozart e Beethoven agli squatters che si affacciavano curiosi quando la musica si spandeva intorno alla fattoria. Serviva ai suoi ospiti vini pregiati in calici di cristallo, insegnava a Kamanke a cucinare raffinati piatti europei, ma poi si mescolava alla vita nelle capanne Kikuyu per aiutare i malati, in mezzo alla sporcizia, al sangue e alla morte con la familiarità di chi ha capito quanto poco importi l’aristocrazia della vecchia europa in quelle terre.
Questo è uno di quei libri che non si dimentica. Rimarrà scolpito nella mia memoria. E’ stato come compiere un viaggio attraveso il tempo e lo spazio e mi ha riempito gli occhi di una bellezza rara . Ogni volta che vorrò immaginare l’Africa  rileggerò questa recensione, che scrivo essenzialmente per me stessa e per tutti coloro che vogliono dalla lettura qualcosa di più . Induce alla riflessione e alla lentezza, perché a volte è necessario soffermarsi un poco sulle pagine per avere il tempo  di vedere, di sentire, di comprendere. Ma si legge d’un fiato, trasportati dalla canzone dell’Africa, che ancora risuona senza sosta sugli altopiani del Ngong.

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2 pensieri riguardo “Storie africane: Karen Blixen e il suo Kenya”

  1. Paola, non posso che concordare tutto quello che hai scritto ( e scritto superbamente! ) su questo libro che lessi anni fa e dal quale mi costò molta fatica staccarmi. L’Africa che ci fa conoscere la Blixen è bella e magica,pur nella sua crudeltà. E l’amore per Denis Finch-Hatton è un amore così grande, completo da diventare leggenda.

    Sono certa che i loro spiriti ora vagano per quell’Africa da loro tanto amata.

    Ciao Paola.

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