Celia Rees, Letteratura Inglese, storie e racconti

Storie di holloween – Giorno 2: “Se fossi una strega”

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In questo secondo capitolo della storia di Mary Newbury, la strega bambina di cui ho parlato nel  post di ieri, l’autrice ci porta nel cuore delle leggende Irochesi, indiani originari del confine tra gli attuali Stati Uniti e Canada. Questa volta il suo viaggio ci viene raccontato attraverso le visioni e i sogni di una ragazza di nome Agnes, una sua discendente che vive nel Massachussets dei giorni nostri.
Agnes è una nativa americana e le sue radici affondano in una storia millenaria, ricca di fascino e di suggestioni, ma anche intrisa di dolore e sofferenza. Le vicende degli indiani d’america sono una delle pagine peggiori della storia della colonizzazione europea, frutto di una becera ignoranza ed allo stesso tempo di un senso di superiorità assoluto che la nostra razza, bianca e cristiana, si era  arrogata per diritto di nascita. La Rees, con la sua scrittura che incanta, immaginifica e profonda, restituisce dignità e bellezza ad un popolo troppo spesso dimenticato dalla storia, ad oggi confinato nelle riserve. Qualcuno si è conformato alla società bianca, con le sue stratificazioni ed il suo inno al consumismo più sfrenato, mentre altri hanno cercato in tutti i modi  di restare aggrappati alle proprie radici, preservando quello che la civiltà moderna ha cercato per secoli di osteggiare: la tradizione, la storia, il retaggio culturale. Non c’è nulla di più importante per un nativo americano della propria identità e delle proprie leggende: esse  vengono tramandate attraverso la parola, di racconto in racconto, di bocca in bocca, senza l’ausilio di libri e carta stampata. Per questi uomini la cosa fondamentale  non è trascrivere per lasciare un’eridità ai posteri, ma essere ascoltati dai loro figli e nipoti, perché la parola è viva, è condivisione, è comunione: ogni anziano che racconta trasferisce qualcosa di sè all’altro attraveso l’esperienza dell’ascolto e dell’immedesimazione.
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Gruppo di Indiani Iroches – XIX secolo
La memoria si conserva con la memoria, è un filo robusto che non può  spezzarsi ma  che deve adattarsi a chi la riceve, avvolgendosi  nelle pieghe dell’esperienza individuale. Anche Agnes è profondamente legata alle sue origini: nonostante sia una studentessa di antropologia perfettamente integrata nell’ambiente universitario, è consapevole e fiera  della sua appartenenza. Ogni aspetto della sua vita le ricorda da dove proviene e di chi è figlia, non solo per la parte spirituale.  I suoi capelli sono neri, folti e lucidi, con un ciuffo bianco che le accarezza la fronte, come tutte le donne della famiglia; gli occhi hanno il colore della tempesta, grigi e profondi, le sopracciglia sono marcate ed i tratti del viso decisi e volitivi. Ma c’è un altro aspetto molto importante che segna l’appartenenza alla sua discendenza indiana per linea femminile: il dono della veggenza, le capacità curative, il potere sciamanico. Agnes è cresciuta con la zia (la madre l’ha abbandonata quando era molto piccola), e conosce perfettamente cosa significa avere “il potere“. La zia le ha sempre detto che, se fosse arrivato a lei in qualche modo, l’avrebbe compreso senza alcun dubbio. E’ così che inizia il romanzo, con la presa di coscienza di Agnes che comincia una sera come tante a mostrare segni di turbamento interiore e ad avere visioni durante il giorno. La notte, attraverso strani sogni, sente sempre più spesso il richiamo degli antenati. Non è un caso se proprio in quei giorni tra le sue mani è finito il libro che un’entusiasta ricercatrice, Alison, ha scritto sulla storia affascinante di Mary Newbury, una giovane donna inglese additata e perseguitata come strega nell’america puritana dei primi coloni. La vita di questa ragazza è stata ricostruita in seguito al ritrovamento di un’antichissima trapunta, all’interno della quale furono nascosti frammenti del  diario segreto che Mary iniziò a scrivere quando ebbe la certezza che il suo essere così “diversa” le avrebbe riservato la stessa tragica fine di sua nonna,  impiccata con l’accusa di stregoneria. A meno che non fosse fuggita. “Il viaggio della strega bambina” si conclude così, con la fuga incerta e disperata di Mary, lasciandoci orfani di una storia bellissima e terribilmente reale.
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Agnes si mette in contatto con Alison, perché è convinta che la Mary di cui parla quel libro sia la stessa della quale ha sentito parlare molte volte fin da quando era piccola, attraverso i racconti della sua tribù. Gli anziani parlano infatti di una donna bianca che fu adottata dagli Irochesi con i suoi due figli (uno dai capelli scuri ed uno dai capelli chiari come ciuffi di grano ) , guaritrice e sciamana. Mentre Alison cerca di collegare i due lembi della storia di Mary, Agnes viene aiutata dalla zia a fare spazio dentro di sè per accogliere il dono che anche lei ha ricevuto. Raggiungono insieme la riserva Iroche ed insieme affrontano il rito della Capanna Sudatoria, necessario alla purificazione fisica e spirituale. Questa usanza, presente da tempo immemore in tutte le tribù native americane, serve ad invocare gli spiriti e ad iniziare riti sciamanici: attraverso il sudore l’anima veniva ripulita dai collegamenti terreni e preparata ad accogliere gli spiriti degli antenati, fluttuando da una dimensione all’altra in uno stato di trance.

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Agnes viene così praparata per ospitare dentro di sè Mary, ed iniziata al potere della guarigione – o stregoneria che dir si voglia – come tutte le donne della famiglia.  Attraverso la rievocazione di Agnes apprendiamo che Mary fu salvata in fin di vita dal suo amico Penna Azzurra, con il quale intraprenderà l’avventura che la condurrà da un capo all’altro dell’america coloniale  attraversando  guerre, epidemie di vaiolo e scontri feroci tra coloni e nativi.  La bellezza del romanzo sta tutta  qui, ovvero nello splendido ed evocativo viaggio che l’autrice ci fa intraprendere attraverso la cultura degli indiani d’america del XVII secolo. Celia Rees è riuscita a tratteggiare un personaggio indimenticabile,  quello di una donna che grazie alle sue capacità terapeutiche, telepatiche e sciamaniche riuscì  a costruirsi una vita fiera ed indipendente, seguendo la sua natura senza doverla mai rinnegare. Mary è straordinaria perché visse a cavallo di due civiltà completamente diverse l’una dall’altra  rimanendo sempre fedele a sè stessa: quella europea appena uscita dagli anni bui del medioevo bigotta, ottusa, ignorante e maschilista, in cui le sue  particolari attitudini erano viste con paura e portavano dritto alla condanna al rogo; la seconda  spirituale e  profonda, che  considera l’uomo parte integrante del cerchio della vita non meno della natura e degli animali, che ascolta i richiami ancestrali della terra e vive in totale simbiosi con essa. Una civiltà, infine, in cui una persona dotata di poteri straordinari era  rispettata e venerata, nonostante il suo essere donna. I contrasti raccontati sono forti e stridenti ma l’autrice lascia sempre al lettore la possibilità di comprendere, dando forza alla ragione attraverso una storia che vale la pena leggere.

Se fossi una strega – Celia Rees (Salani)

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