Storie di donne che si salvano da sole: “L’arminuta”

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Il gruppo di lettura a cui mi sono iscritta qualche settimana fa per il mese di ottobre prevede la lettura de “L’Arminuta” di Donatella Di Pietrantonio, vincitore del premio Campiello 2017, edito da Einaudi. Come ho spiegato nel post dedicato, il gruppo lettarario ha come filo conduttore il tema della resilienza. Ho terminato il romanzo in soli due giorni, rapita da una lettura febbrile ed appassionata.

In dialetto abruzzese, “L’ Arminuta” significa la ritornata.

Donatella Di Pietrantonio ha scelto di chiamare la sua giovane protagonista con un aggettivo, anzichè con un nome proprio: lei è l’Arminuta, una parola  che da sola racchiude un’ intera storia familiare, complessa e  dolorosa, fatta   di silenzi e  di separazioni. L’assenza di un nome di battesimo era necessario, perchè questa è la storia di una ragazzina che improvvisamente, a tredici anni, si ritrova senza identità, senza più nulla che la identifichi nel mondo, figlia di due madri e al tempo stesso figlia di nessuno.

Ero l’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere. Invidiavo le compagne di scuola del paese e persino Adriana, per la certezza delle loro madri.

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E’ l’estate del 1975. La ragazzina, con in mano una valigia e nell’altra un sacco con dentro tutte le sue scarpe, suona alla porta di una casa estranea. Le viene ad aprire Adriana, sua sorella più piccola, i capelli sporchi raccolti in due trecce allentate, disfatte da giorni. Non conosce nessuno della sua famiglia di origine ed  ha paura persino di respirare. I suoi genitori hanno l’espressione indurita dalla miseria, la osservano senza parlare, nessun gesto di affetto accompagna i loro sguardi rassegnati. Solo Adriana, con la quale dovrà condividere il letto  in una stanza ingombra di fratelli   di tutte le età, sembra entusiasta del suo arrivo. Quel giorno il  mondo così come lo conosceva prima le frana addosso; il padre adottivo – che ora doveva imparare a chiamare zio – l’ha depositata in quel paese sperduto nell’entroterra abruzzese, insieme ai suoi bagagli e a del cibo, come se  avesse  voluto ripagare la famiglia per la bocca in più che da ora in avanti avrebbero  dovuto tornare a sfamare, dopo tredici anni di assenze e silenzi. L’impatto con la nuova vita familiare è devastante: la ragazzina viene proiettata in una realtà fatta di bocche perennemente affamate, di poche parole pronunciate in un dialetto incomprensibile e di botte, gli unici gesti che riescono a colmare le distanze tra gli uni e gli altri. Non è solamente l’anaffettività della famiglia a sconvolgerla, ma è anche l’assenza di tutto quello che per lei era scontato e normale a destabilizzarla, come l’igiene personale o lo studio. Cose apparentemente banali che però, in questa nuova dimensione, acquistano addirittura un significato stravagante, come se fossero un vizio da ragazzina di città. Nonostante gli stenti  che è costretta a patire quotidianamente, nonostante la noncuranza della sua vera madre e il disinteresse di quella adottiva, l’Arminuta resiste, si adatta al nuovo corso della sua vita e riesce persino, in alcuni rari momenti, ad essere felice. Adriana e Vincenzo, il secondogenito, sono gli unici componenti della famiglia con i quali riesce fin da subito ad instaurare un legame d’amore sincero e ricambiato. Si affeziona anche al piccolo di casa, Giuseppe, un bimbo di pochi mesi afflitto da un ritardo mentale causato dalle deprivazioni che subisce fin dalla nascita. L’Arminuta resiste come può, ma la rabbia e il dolore dell’abbandono non si placano con il passare dei mesi, anzi, continuano a sobbollire dentro di lei in un crescendo di astio e di rifiuto della realtà. Non accetta più l’omertà delle sue due famiglie e quell’ostinazione degli adulti a fare finta di nulla, sviando il discorso ogni qual volta chiede della sua madre adottiva. Lei l’ha sempre voluta credere malata, perché era più facile raccontarsi una bugia credibile piuttosto che accettare la cruda verità di un abbandono che non è possibile giustificare nè perdonare. Certi buchi nel cuore non possono essere riempiti:

Nel tempo ha anche perso quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Mi manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. E’ un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e  fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

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In quell’estate così violenta l’Arminuta diventa  grande malgrado tutto, lasciando definitivamente i ricordi dell’infanzia a quella madre che mai come adesso le appare distante, come se non l’avesse mai davvero conosciuta. Impara a contare solo su sè stessa, trae forza dalla  sua stessa solitudine come una piantina selvatica che germoglia lontano sui cigli dei muri, impollinata dal vento. Piange il suo dolore di figlia partorita due volte, da una madre povera  e da una madre sterile, ed entrambe le volte indesiderata. In questa desolazione però riesce anche a trovare  l’amore, laddove  nessuno l’avrebbe mai cercato. Lo trova nei gesti premurosi di Vincenzo, che la guarda e la desidera come una donna, che non accetta la miseria della sua condizione e per questo si ribella, pagando uno scotto durissimo. Lo trova nell’accudimento del piccolo Giuseppe, abbandonato a sè stesso, l’ultima bocca di cui nessuno ha più la forza di occuparsi. Ma, più di tutto, lo trova in un letto logoro condiviso con la sorella più piccola, che tutte le notti bagna il materasso e dopo, come un cucciolo selvatico, le si accoccola accanto cercando protezione e  calore in quel corpo appena un po’ più grande del suo. Saranno loro due, insieme, a spazzare via definitivamente i cocci di quell’esistenza che  credevano perfettamente felice,  e che invece scoprono squallida e bugiarda.   Una vita borghese, una vita perbene, una madre catechista ed un padre carabiniere, la casa al mare, lo stabilimento balneare con l’ombrellone riservato, la scuola di danza e la piscina d’inverno.  Una coltre di bugie che rivestivano un’ insospettabile miseria, quella autentica, che non dipende dalle troppe bocche da sfamare e da un lavoro che non dura mai più di una settimana di fila. E’ la miseria  dell’anima, quella scura e profonda, quella che si cerca di nascondere per la vergogna come si fa con la polvere sotto i tappeti. Affinchè nessuno sappia.

L’Arminuta è un fiore sbagliato, nato da radici antiche che si confondono e si smarriscono l’una nell’altra, ma che alla fine riesce a trovare il suo posto al sole, in quella landa desolata che è il suo paese natìo, in quella famiglia sgangherata che però adesso le appare irrinunciabile. Donatella Di Pietrantonio ha saputo imbastire una storia coinvolgente, supportata da una scrittura evocativa e poetica,  che sa arrivare in profondità e che ci costringe, ancora una volta, a mettere in discussione la figura materna.

Ci siamo fermate una di fronte all’altra, così sole e vicine, io immersa fino al petto e lei al collo. Mia sorella. Come un fiore improbabile, cresciuto su un piccolo grumo di terra attaccato alla roccia. Da lei ho appreso la resistenza. Ora ci somigliamo meno nei tratti, ma è lo stesso il senso che troviamo in questo essere gettate nel mondo. Nella complicità ci siamo salvate. Ci guardavamo sopra il tremolio leggero della superficie, i riflessi accecanti del sole. Alle nostre spalle il limite acque sicure. Stringendo un poco le palpebre l’ho presa prigioniera tra le ciglia.

L’Arminuta – Donatella Di Pietrantonio (Einaudi)

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