Storie di donne che si salvano da sole : “Eleonor Oliphant sta benissimo”

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L’arrivo dell’autunno porta sempre con sè nuovi inizi. L’aria frizzantina stimola le idee e la voglia di sperimentare qualcosa di diverso, l’ozio estivo è un ricordo che sbiadisce piano piano e per la prima volta in vita mia non mi dispiaccio della cosa. Avevo voglia di profumi ottobrini, di sentire lo scalpiccio delle mie scarpe sui marciapiedi, di lunghi the pomeridiani, e di quella  pioggerella sottile  che pulisce l’aria e la fa pizzicare. Qualche giorno fa, mentre scorrevo distrattamente la bacheca di facebook, mi sono imbattuta in un post che pubblicizzava un gruppo di lettura organizzato dalla libreria che si trova proprio sotto il mio ufficio, quella in cui per assurdo non vado mai. Nonostante  appartenga ad una grande catena, la ragazza che ci lavora è una libraia vera e non solo una commessa che vende libri. Chi frequenta questi luoghi sa bene che c’è un’enorme differenza tra le due cose. Nadia è la libraia che tutti vorremmo essere, perchè è semplicemente perfetta. E’ preparata, gentile, coinvolgente. Quest’estate ha realizzato meravigliose rassegne letterarie in riva al mare ed ora, con l’avvicinarsi della stagione più fredda,  ha voluto organizzare alcune letture  tematiche a cadenza mensile: il tema scelto è quello della RESILIENZA. Ho deciso di iscrivermi in un lampo. Ho letto il libro suggerito come primo step in meno di una settimana, sfruttando ogni minuto di tempo libero per leggere almeno un capitolo. Ho ho fatto tardi al lavoro, ho bruciato i peperoni e il pane nel forno, mi sono alzata prima del solito per leggere un pochino con la casa ancora immersa nel silenzio, ed alla fine ce l’ho fatta.  L’appuntamento era sabato scorso per le 18. Sono arrivata puntuale col mio libro sottobraccio pieno di post it colorati con cui ho evidenziato i passaggio che più mi hanno colpita e mi sono presentata agli altri.  Quello di Nadia è  un gruppo letterario come quelli che si vedono nei film: siamo tutti seduti in cerchio in un agolo della libreria stracolmo di volumi, alloccati con apparente noncuranza, un po’ al riparo dal via vai della clientela ma comunque visibili quanto basta per suscitare curiosità. Al centro, il tavolino di Nadia. Il tavolino ha attirato subito la mia attenzione: un paio di volumi pieni di post it (le orecchie ai libri sono vietatissime!!!), un’agenda colorata ed un blocco per appunti. Nadia io ti adoro, sappilo.

 

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Ma cosa significa esattamente “resilienza”?

Dizionario alla mano, per resilienza si intende “la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate”. Per un metallo quindi la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Recentemente la psicologia ha preso in prestito questo termine per definire la capacità di un individuo di affrontare un evento traumatico   adattandosi alla nuova realtà e riorganizzando la propria vita in modo positivo, restando aperto alle possibilità che la vita offre. Si tratta di una qualità che pochi possiedono innatamente, perché la maggior parte di noi purtroppo soccombe al troppo dolore, perdendo lucidità e chiudendosi a riccio di fronte al mondo esterno che improvvisamente ci appare ostile. Tuttavia, e lo so per esperienza personale, ad essere resilienti si può imparare. I metalli non possono scegliere se essere resilienti o meno, perché ciascuno di loro ha determinate caratteristiche, immutabili e rispondenti alle leggi della fisica. Gli esseri umani invece sono in continua evoluzione, possono decidere ogni giorno   se restare imprigionati nelle proprie abitudini, così familiari e rassicuranti, o se aprirsi al cambiamento affrontando l’inevitabile paura che l’ignoto porta con sè. “Resilienza” è saper cogliere un’opportunità nel bel mezzo di un fallimento, è la capacità di trovare un’occasione per essere felici nonostante le avversità. E’ una forza che trasforma il dolore in risorsa, e come tale può essere allenata e può – letteralmente – cambiare la prospettiva con cui guardiamo la nostra vita. Non sono baggianate da psicologia spiccia: chiedetelo a qualunque terapeuta e vi risponderà che la resilienza sta alla base del proprio lavoro quotidiano. Sarà perché ho dovuto impare anche io ad essere resiliente (e ci sto ancora lavorando), sarà perchè la psicologia da sempre mi affascina, sarà perchè amo le storie di donne che si salvano da sole,  ma ho deciso che avrei letto Eleonor Oliphant Sta benissimo” di Gail Honeyman anche se lo stavo evitando da mesi, e lo avrei fatto scambiando opinioni con un gruppo di lettura di perfetti sconosciuti. Beh, da qualche parte bisogna pur cominiciare no? All’inzio ero molto scettica, mi fidavo poco di tutto il clamore sorto intorno al “caso editoriale dell’anno”. Inoltre, appena conosciuta Eleonor, l’ho trovata talmente irritante e fastidiosa al punto che ho pensato di rinunciare al libro e al progetto. Per fortuna invece ho continuato, con un coinvolgimento sempre crescente. L’autrice mi ha fatta   entrare in punta di piedi nella vita di questa giovane donna, mi ha fatto seguire il suo percorso evolutivo   con entusiasmo e, alla fine, mi sono ritrovata a fare il tifo per lei, proprio come se fosse un’amica che poco alla volta riesce a tirarsi fuori dalle difficoltà lottando contro i mostri dentro di sè.  Ho avvertito il suo profondo dolore, così come  ho percepito distintamente i primi segnali di apertura verso il prossimo: sembrava di assistere alla nascita di un pulcino, quando col becco minuscolo comincia a crepare il proprio  guscio per affacciarsi alla vita pigolante e fiducioso.

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Eleonor Oliphant sta bene. Anzi, benissimo. Questa frase, che da il titolo al romanzo, all’inizio ha un significato molto diverso da quello che assume alla fine. Perché quando conosciamo Eleonor il suo benessere è uno stato apparente. E’ una trentenne single con una vita ordinata, composta, segnata da passi sempre uguali, scandita da abitudini consolidate e da rigorosi schemi mentali. E’ il suo modo per mantenersi in equilibrio, ma questo nessuno può intuirlo osservandola dall’esterno: certo ha l’aria un po’ strana, non ha amici  e dice sempre quello che pensa, infastidendo il prossimo; però lavora sodo, vive per conto suo, si nutre in modo e equilibrato e adora fare le parole crociate. Solo il fine settimana, quando è costretta ad abbandonare il suo tran tran quotidiano, succede qualcosa di particolare che ci fa capire quanto sia  sola, e quanto profondamente soffra. Nessuno però la può vedere all’interno del suo bilocale, quindi nessuno lo sa. E lei, se glielo chiedono, risponde sempre che “sta benissimo” senza che nulla risulti stonato in ciò che afferma. Eleonor è uno dei personaggi più staordinari che mi sia mai capitato di incontrare nella mia vita di lettrice: è assurda, infelice, ma anche ironica e colta. Mai ero entrata così in sintonia con una protagonista femminile, e credo proprio che questa forte empatia che Eleonor sa suscitare nel lettore sia la forza trainante del romanzo.  L’enorme successo che  Gail Honeyman ha ottenuto in tutto il mondo con il suo esordio (una tiratura da capogiro, tradotto in ben 33 paesi, vincitore del Costa First Novel Award ed un film in produzione) ha portato gli addetti ai lavori a considerare  questo romanzo il capostipite di un nuovo genere letteario:  si è cominciato a parlare infatti di “Uplifting literature” , che sta per  “letteratura edificante” (da qui l’acronimo Up-lift). Perché questo tipo di romanzi sono un po’ come quei manuali di auto – aiuto che tanto spopolavano ai tempi di Bridget Jones, ma con in più tutta la bellezza di una storia che si snoda sotto i nostri occhi e  l’unicità  di un personaggio che finisce inevitabilmente  per farsi amare, a dispetto di tutto. Non sarò la milionesima internettiana che recensisce questo romanzo, non credo ce ne sia bisogno dal momento che la storia di Eleonor è sicuramente tra le più bloggate dell’ultimo periodo. Mi interessa invece il suo messaggio intrinseco, e la  forza che si porta dietro: quella della resilienza. Una volta chiusa l’ultima pagina, anche noi come Eleonor ci sentiremo più leggeri, più positivi e, perché no, forse addirittura un po’ più felici.

Eleonor Oliphant sta benissimo, di Gail Honeyman – Garzanti

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