Storie giapponesi:”Out”

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Nonostante la sua voce rabbiosa e di denuncia, Natsuo Kirino è una delle autrici nipponiche più lette ed amate. In Italia l’abbiamo conosciuta con il celeberrimo “Out”, un titolo secco e conciso che però contiene tutto il significato della storia che andremo a leggere. Purtroppo Neri Pozza, che ha curato l’edizione italiana, ha avuto l’infelice idea di modificare  il titolo origniario nel fuorviante e penalizzante “Le quattro casalinghe di Tokyo”. Potrebbe sembrare una comune  storia di casalinghe disperate versione giapponese, ma è tutto fuorchè questo. Si tratta  piuttosto di un racconto a tinte forti che ha come protagoniste  quattro donne che lavorano come operaie in una fabbrica dove si producono colazioni preconfezionate, tra le quali si instaura un legame di amicizia. Ognuna di loro ha un background personale difficile, con il quale riescono malamente convivere. Masako è la leader del gruppo, dotata di acume e di intelligenza da vendere, costretta a vivere come un fantasma all’interno di casa propria, in cui ognuno dei familiari conduce esistenze isolate nell’indifferenza più assoluta. Yayoi, dolce e paziente, è succube di un marito che odia silentemente perché ha dilapidato i suoi guadagni notturni in prostitute e gioco d’azzardo. Yoshie è una donna dall’aspetto trasandato e mascolino, con il corpo pesante e il volto segnato dalla stanchezza e dalla fatica: lavora in fabbrica al turno di notte  e di giorno deve accudire la suocera gravemente invalida che le rende la vita un inferno.. Infine conosciamo Kuniko, la più giovane delle quattro,  che per condurre l’esistenza lussuosa che non si può permettere si è indebitata fino al collo con  diverse società finanziarie e per questo i soldi non le bastano mai.

E’ una storia crudele, agghiacciante, che lascia in chi legge un’opprimente sensazione di disagio e di fastidio. La sinossi ci svela fin da subito che viene commesso un omicidio:  un bel giorno la pazienza della dolce Yayoi si rompe come un filo.  Davanti all’ingresso di casa si toglie la cintura e la stringe intorno al collo del marito, poi in preda al panico chiama l’amica Masako, l’unica dotata dell’astuzia e del sangue freddo necessari ad aiutarla. L’orrore scorre tra le righe, pervade ogni pagina e lo troviamo dappertutto, continuamente. L’orrore sta nella lucidità  di Masako mentre seziona il cadavere di Kenji in casa propria, nella ricompensa che Yayoi promette a Yoshie e a Kuniko in cambio del loro aiuto per far sparire le buste di plastica contenenti  i resti del marito, le quali, assetate di denaro, accettano senza farsi nessuno scrupolo. In fondo fare  a pezzi il cadavere di un uomo orribile nella vasca da bagno, con il quale non esiste nessun legame affettivo,  non è molto diverso da gettare la spazzatura in un cassonetto – riflette Masako mentre con un coltello da cucina compie l’operazione come un abile macellaio. In questo gesto estremo c’è la parte più riconoscibile del male, ma sono le  relazioni sociali che Natuso Kirino mette sotto la lente di ingrandimento la vera mostruosità:  rapporti tossici, sbagliati, aridi e disumani che intessano gigantesche ragnatele. Le donne di questo romanzo sono delle emarginate, sono  creature invisibili che la produttiva Tokyo ignora ed inghiotte, sbattendole nei suoi abissi fatti di solitudine. Una solitudine che, in mezzo a quel formicaio pullulante di teste in continuo movimento, appare ancora più desolante e più reale.

Le quattro casalinghe di Tokyo – Edizioni Beat

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